18. Una squadra in missione

Jan 3rd, 2011 by The Goat in NBA Legendary Games

Erano passati 19 lunghissimi anni dall’ultima doppietta in NBA. Correva l’anno 1969. Era il 5 maggio. Di lunedì. Al Forum di Los Angeles, sempre quella volta dei palloncini, in una storica gara 7 di finale, i Celtics si imponevano per 108 a 106 sugli eterni rivali californiani, bissando così il titolo dell’anno prima.
Era l’ultima partita in carriera di William Felton Russell, per tutti Bill. L’ultima, magica vittoria. Dopo di allora nessuna squadra aveva mai più conquistato l’anello per due anni consecutivi.
Secondo molti, mai nessuna squadra ci sarebbe più riuscita. La colpa era tutta dell’espansione, che aveva sparso il talento fra le varie franchigie. Una squadra dominante rispetto alle altre non ci sarebbe più stata e ripetersi sarebbe risultato pressoché impossibile.
Eppure diciannove anni dopo l’ultima partita di Russell, il 21 giugno del 1988, il tabù veniva finalmente sfatato da una squadra, il cui leader carismatico, Kareem Abdul Jabbar, era arrivato nella lega subito dopo l’addio del centro biancoverde, rimanendovi per 20 lunghissime stagioni ed oltre trentottomila punti.
Pat Riley l’aveva predetto. Il giorno seguente la conquista dell’anello del 1987 in gara 6 contro Boston, il coach dei Lakers aveva fatto una solenne promessa. Migliaia di tifosi festanti erano davanti a lui. Buona parte dell’America sportiva all’ascolto.
Riley non aveva usato mezzi termini. Nessun “forse”, nessun “probabilmente”. Egli garantì che i Lakers avrebbero rivinto il titolo l’anno successivo.
Da quel momento in poi, per tutta la stagione successiva, i riflettori sarebbero stati costantemente puntati sui gialloviola. Si sarebbe detto che erano in missione, In missione per conto di Riley. Non avrebbero mai potuto fallire. E non fallirono. Nonostante le inevitabili asperità, la più grande, targata Isiah Thomas.
Byron Scott dirà tempo dopo: “Garantire il titolo anche per l’anno successivo fu la cosa migliore che Pat avesse mai fatto. Ci inculcò questo obbiettivo nelle nostre teste sin dal giorno dopo la vittoria con Boston. Ci costrinse a lavorare più duramente, ad essere sempre migliori. Era l’unico modo per riuscire nell’impresa”.
I Lakers partirono in Regular Season con 8 vittorie. A metà anno Magic saltò 10 gare per infortunio. Jabbar era in evidente declino fisico e il suo minutaggio era ridotto al minimo indispensabile. Ma niente di tutto questo venne a turbare la corsa gialloviola.
La presenza di Mychael Thompson dalla panca (già fondamentale per la vittoria in finale l’anno prima) si rivelò preziosa per dare riposo a Kareem.
L.A. vinse 62 partite. Byron Scott realizzò 21.7 punti per gara, tirando col 53% dal campo. James Worthy, un 6-9 dalla velocità imbarazzante, mise a rferto 19.7 punti di media. Magic mise a segno 19.6 punti e smazzò 11.9 assist a partita. Arrivò secondo nella corsa all’MVP di stagione, preceduto soltanto da una giovane ed elettrizzante guardia di Chicago, che quell’anno si era messo in mostra oltre che per le ben note ed ineguagliabili capacità realizzative (35 punti a partita), anche come miglior difensore della lega. Il suo nome era Michael Jordan.
Ad est, il primato andò a Boston (57 vittorie), ma la squadra che faceva più paura era Detroit. L’anno prima i Pistons avevano perso la finale di conference proprio contro i Celtics solo alla settima e combattutissima gara. Ora avevano un anno in più di esperienza e una squadra forte e completa, la cui arma principale era una difesa aggressiva ed intimidatoria, basata su una notevole cattiveria agonistica dei suoi giocatori.
A guidare Detroit c’era l’allora cinquantasettenne coach Chuck Daly. Maestro della difesa, ottimo motivatore, insuperabile nell’ottenere dai suoi uomini in campo il massimo e nell’incanalare nella giusta direzione la loro rabbia agonistica. Ma i Pistons non erano solo difesa, aggressività ed intimidazione. Dietro avevano un backourt fra i migliori che la storia delle lega ricordi: Joe Dumars, una guardia dalle spiccate doti difensive, ma dotata di un brillante gioco in attacco e Isiah Thomas, il faro della squadra, un superbo play di 1.85 dal sorriso radioso e dalla faccia d’angelo. Pareva essere l’anima candida della squadra, ma la sua feroce determinazione era la miccia che innescava il gioco dei Pistons. Grinta da vendere, una personalità fuori dal comune, una sete di vittorie che solo i più grandi di sempre possono avere, Thomas era un eccellente difensore, un passatore superbo, ma soprattutto era capace di incontenibili exploit realizzativi.
A completare il reparto guardie, c’era Vinnie “The Microwave” Johnson. Soprannome datogli dal bostoniano Danny Ainge, per la rapidità con cui Vinnie, proveniendo dalla panchina, sapeva dare il suo contributo alla partita, scaldandosi velocemente.
Ad un backourt di primissimo livello si aggiungevano il top scorer Adrian Dantley, veterano e stella affermata nel panorama NBA, i rimbalzisti Bill Limbeer, centrone bianco, duro ed intimidatore, e Rick Mahorn. Infine due ali difensive aggressive quali Dennis Rodman (secondo anno nella lega) e John Salley.
Tutta le Regular Season fu vissuta sulla sfida a distanza fra le tre squadre che giocavano per il titolo. Due ad est. Una, campione in carica, ad ovest.
Nei playoffs, i Celtics piegarono gli Hawks in semifinale di Conference, con una mostruosa prova di Larry Bird nella settima partita (vedasi capitolo precedente: L’uomo chiamato Leggenda).
I Pistons ebbero invece modo di eliminare in 5 gare i Chicago Bulls dell’astro nascente Jordan.
Nella finale della Eastern Conference, la giovane Detroit aggredì letteralmente sul piano fisico una Boston, stanca e logora. I Pistons si imposero due volte al Garden, rovesciando il fattore campo e chiusero la serie in 6 gare. Coloro che ormai erano noti in tutto il mondo come i Bad Boys erano pronti a giocare per l’anello.
Sull’altra costa, per una volta, anche Los Angeles non ebbe vita facile in una Western in cui era avvenuto un forte ricambio generazionale e squadre un tempo alla periferia del basket che contava adesso stavano rapidamente crescendo.
I Lakers ebbero bisogno di 7 gare per piegare la resistenza degli Utah Jazz dei giovani Stockton e Malone e altre sette gare per aver ragione dei Mavericks in finale di Conference.
Ora era tempo di finale vera. Ora si giocava per il titolo e per mantenere fede alle promesse estive. Ma non sarebbe stato per nulla facile. Perché dall’altra parte c’erano i Bad Boys. C’era Isiah Thomas, pronto ad una delle più grandi prestazioni che la storia della lega ricordi.
Gara 1 si giocò al Forum di Los Angeles. Era il 7 giugno.
Magic e Isiah erano grandi amici. Prima della partita si scambiarono baci ed abbracci. Dopo la palla a due iniziò una vera e propria guerra fra le due squadre, principali interpeti di due modi opposti di concepire la pallacanestro. Due filosofie agli antipodi. Come nella migliore tradizione americana. Da un lato lo showtime delle stelle losangeline, dall’altro la rabbia e la grinta dei cattivi ragazzi di Detroit.
Nella prima partita, arrivò subito la sorpresa.            Adrian Dantley mise 14 tiri su 16 tentativi e guidò la sua squadra ad imporsi per 105 a 93 al Forum, rovesciando il fattore campo. I Lakers apparvero al cospetto dei Pistons, una squadra vecchia e stanca.
Ma soprattutto, come i Bulls e i Celtics in precedenza, sembrarono incapaci di sfuggire all’asfissiante, ineguagliabile ed ineguagliata pressione della difesa dei Pistons. A complicare le cose, Magic ebbe un attacco influenzale prima di gara 2. Giocò ugualmente e segnò 23 punti. Worthy ne mise 26 e Scott 24.
Fu un’autentica prova di orgoglio da parte dei giallo viola: 108-96 il risultato finale.
Serie sull’1 a 1. Si partiva per Detroit.
I Pistons avevano tre partite in casa per chiudere i conti. Sabato 12 giugno, giorno di gara 3, davanti ad oltre 40000 spettatori assiepati sulle tribune del Pontiac Silverdome, i Lakers giocarono come meglio non potevano. Nel terzo periodo tirarono col 68% dal campo e rifilarono un parziale di 31 a 14 agli avversari, gettando le basi per la vittoria. Magic segnò 16 punti, smazzò 14 assist e catturò 6 rimbalzi. Il risultato finale fu 99-86, Lakers.
I Pistons finalmente realizzarono che l’avversario contro cui dovevano lottare non era una squadra stanca e spossata, com’era apparsa in gara 1 e in larghi tratti di gara 2. Era una squadra che sapeva giocare a basket, correre, fare spettacolo e soprattutto sapeva vincere quando occorreva.
Bill Laimbeer, a fine gara, ammise: “Oggi è il primo giorno dopo tanto tempo in cui sono consapevole che siamo una squadra battibile. In tutta la serie con Boston eravamo consapevoli di essere più forti, di poter vincere tutte le gare. È la prima partita, da gara 2 con Chicago, al termine della quale siamo consapevoli di poter essere battuti per merito degli avversari e non per demerito nostro”. Sul risultato di 2 a 1 Lakers, gara 4 diventava una must win game per i Pistons. Un’altra sconfitta e sarebbe stata la fine.
Detroit scese in campo pronta a vender cara la pelle.
Magic ebbe problemi di falli nel secondo quarto e si accomodò in panchina. I Pistons ne approfittarono per allungare. Volevano stroncare qualsiasi resistenza degli avversari. Non farli respirare. Durante un time out Laimbeer si ritrovò ad urlare ai compagni “Dont’ let up! We don’t let up!”.
Dantley segnò 27 punti, Vinnie Johnson ne mise 16 dalla panca. Detroit tornò in corsa aggiudicandosi la partita per 111 ad 86. Più venticinque. Los Angeles al tappeto.
Serie sul 2 a 2. Ancora tutto era da giocare. Ma i Pistons erano più giovani e più freschi. Il tempo era dalla loro parte. Una serie lunga e dura fisicamente, faceva il loro gioco.
Consapevoli di questo, i Lakers scesero in campo per gara 5 pronti a tutto. Partirono con un eloquente 12 a 0 ed un gioco fisico ed aggressivo. Ma metterla sul piano fisico contro quei Pistons equivaleva ad un suicidio collettivo.
Parole di Adrian Dantley: “Sembravano volessero provare a dimostrarci che sapevano giocare anche loro in maniera aggressiva. Sembrava volessero dirci “Hey, siamo capaci anche noi di giocare così!”.  Ma quello non era il loro gioco. Era il nostro. Volevano batterci sul nostro terreno. Dopo poco, i loro uomini migliori erano tutti in panca con problemi di falli!”.
Ed i Pistons dilagarono. Dantley segno 25 punti, 19 dei quali nel primo tempo. Vinnie Johnons segnò 12 dei suoi 16 punti complessivi nel primo tempo. Dumars realizzò 19 punti tirando col 70% dal campo.
“Noi avevamo due rimbalzi difensivi nel quarto periodo e loro 10 rimbalzi offensivi. Non puoi battere nessuno in questa maniera!” commenterà Riley.
La partita si chiuse sul 104 a 94 per i Pistons. Gli ultimi minuti di gara furono giocati con tutto il pubblico di Detroit in piedi ad applaudire.
“Ho detto a Joe Dumars, quando mancava un minuto alla fine, di guardarsi attorno e gioire perché non avrebbe mai più rivisto una scena simile. C’erano 41.000 persone in piedi, in delirio per noi. Era a dir poco esaltante!” dirà Laimbeer a fine gara.
Sul 3 a 2 per Detroit la serie tornò a Los Angles per le due gare decisive. La storia era dietro l’angolo.
Ad inizio terzo quarto di gara 6, i Pistons erano sotto di 8 punti (56-48). Ma Isiah Thomas diede via al suo personalissimo show. Realizzò 14 punti consecutivi, in completa trance agonistica. Mise dapprima due liberi. Poi realizzò un canestro dopo un rimbalzo offensivo. Quindi completò il tutto con 4 jump consecutivi dalla media, un tiro da sotto ed un lay up.
Ma non era finita lì. A poco meno di quattro minuti dalla fine del terzo periodo Thomas si scontrò con Michael Copper, cadendo rovinosamente al suolo. L’infortunio che rimediò alla caviglia destra parve subito molto serio ed il play dei Pistons si accomodò in panchina dolorante. Esattamente 35 secondi dopo, Thomas era già in campo.
Zoppicando, riprese la sua difficile battaglia solitaria contro i Lakers. Mise altri 11 punti con una caviglia in condizioni rovinose, portando i suoi sul più due (81 a 79) e firmando una delle più grandi prestazioni di sempre. In quel terzo periodo Thomas aveva realizzato 25 punti con 11 su 13 al tiro. Questo score rappresenta tuttora un record nella lega per maggior numero di punti siglati in un quarto di post season.
“Quello che ha fatto Isiah nel terzo quarto è stato incredibile. Non ho mai visto una cosa del genere” sarà il commento dello stesso Riley nella conferenza stampa post-partita.
La superba prova del play dei Pistons (complessivamente 45 punti, 8 assist, 6 recuperi e l’attonito rispetto degli avversari e di tutto il mondo sportivo) portò la sua squadra all’ultimo minuto di gara 6 ancora avanti di 3 punti: 102 a 99.
Detroit era a meno di 60 secondi dal primo anello della sua storia. Si narra che i preparativi per i festeggiamenti erano già iniziati.
La CBS richiese la presenza del proprietario della franchigia per commentare il titolo nel dopo-partita. Champagne in abbondanza fu portato nello spogliatoio degli ospiti.
Ma… “un minuto è un lasso di tempo molto lungo. Molto, molto lungo!” avrà modo di dire Magic Johnson. A 52 secondi dalla fine Byron Scott mise il canestro del meno uno: 102 a 101. Thomas sbagliò il tiro della sicurezza. Mancavano 14 secondi alla sirena.
I Lakers andarono per il possesso decisivo dal grande vecchio: Kareem Abdul Jabbar. Il 33 subì fallo da Laimbeer. Due su due dalla lunetta: 103 a 102, Lakers.
Otto secondi alla fine. I Pistons avevano ancora una possibilità.
Dumars lasciò partire un tiro da circa 8 piedi di distanza. La palla girò sul ferro. Rodman si catapultò a rimbalzo offensivo, ma l’arancia gli sfuggì dalle mani, finendo fra le braccia di Byron Scott. Poi ci fu solo il suono della sirena. Ed il sogno era diventato incubo per i Pistons. Serie sul 3 a 3 e ad attenderli ora c’era una ulteriore, terribile e decisiva partita in territorio nemico, dopo aver assaporato la dolce ebbrezza della vittoria. Ma la cosa peggiore era che Isiah Thomas era in pessime condizioni di salute.
Eppure gara 7 fu un’altra autentica battaglia a dispetto di ogni previsione.
Thomas, esausto ed infortunato, segnò 10 punti nel primo tempo. Poi dovette sedere per lunghi tratti in panchina a causa del dolore. All’intervallo i Pistons erano avanti per 52 a 47.
Nel terzo quarto, Worhty prese letteralmente in mano i Lakers e li portò a condurre per 90 a 75. Sembrava fatta, ma proprio sul più bello Los Angeles mollò, come svuotata di ogni energia.
Daly schierò per quintetto Dumars, Vinnie Johnson, Rodman, Salley e Laimbeer. Iniziò la furiosa rimonta.
A meno di quattro minuti dalla fine, Salley mise i due tiri liberi che portarono i Pistons sotto di 6 punti (98 a 92). I Lakers entrarono nel panico.
Ad un primo e diciassette secondi dalla fine Joe Dumars realizzò il jump del meno due (102-100). Magic segnò un tiro libero dopo un fallo di Rodman per il 103 a 100. Lo stesso Rodman sbagliò il tiro del pareggio dalla distanza. Scott prese il rimbalzo, subì fallo e dalla lunetta portò il risultato sul 105 a 100. Dumars andò a canestro con un layup, Worthy fece 1 su 2 dalla lunetta e Laimbeer segnò da sotto per il meno uno dei Pistons: 106 a 105.
Mancavano 6 secondi alla fine. Ma ancora Byron Scott spezzò le residue speranze dei Pistons, andando a siglare il definitivo 108 a 105.Per James Worhty 36 punti, 16 rimbalzi e 10 assist. Una tripla doppia che valeva oro. Fu lui ad essere nominato MVP della serie finale.
Il back to back era stato portato a termine. La promessa di Riley mantenuta. La missione compiuta. I Lakers avevano appena conquistato il loro quinto ed ultimo titolo della gloriosa era Magic/Kareem.


Pubblicato per Playitusa il

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