30
Dec

Il boom economico

by The Goat in NBA

Nel 1991 Michael Jordan vinse finalmente il suo primo titolo NBA.
Aveva 28 anni e l’intera NBA ai suoi piedi, ma il meglio per il numero 23 da North Carolina deve ancora arrivare.
Circondato da un supporting cast finalmente all’atezza e aiutato da un Pippen, splendido secondo violino, atleta di caratura superiore e soprattutto difensore ineguagliabile, MJ si presentò alla stagione 1991-’92 come il leader assoluto di una lega che già da qualche tempo stava vivendo un profondo ricambio generazionale.
I grandi vecchi, coloro che avevano reso magica la NBA negli anni ’80, avevano già tutti appeso le loro magiche scarpe al chiodo o erano in declino fisico.
Nuovi leoni ne stavano prendendo il posto. Su tutti spiccavano i nomi di Hakeem Olajuwon da Houston, Charles Barkley da Philadephia, Clyde Drexler da Protland, Patrick Ewing da New York, Karl Malone e John Stockton,  il magico duo dello Utah. Insieme continueranno l’opera iniziata negli anni ‘80 e porteranno la NBA a nuovi picchi di popolarità.
Gli anni ‘90 saranno gli anni della massima espansione. Crocevia fondamentale di questo nuovo corso sarà l’Olimpiade di Barcellona del 1992, in cui per la prima volta i giocatori professionisti scenderanno in campo per riportare il titolo olimpico negli Stati Uniti d’America.
Ma ancor prima dell’Olimpiade una nuova stagione era alle porte ed una nuova temibile avversaria si era fatta avanti per ostacolare il cammino dei Bulls verso il secondo titolo consecutivo e verso la gloria.

30
Dec

20. Una rivalità leggendaria

Forse si potrebbe peccare di superficalità, ma difficilmente si potrebbe sbagliare affermando che l’America sportiva nutre fondamentalmente tre viscerali passioni.
La prima è per le classifiche: il miglior giocatore della storia, il più alto, il più grosso, quello con le spalle più larghe e le braccia più lunghe, il miglior centro, la squadra più forte, il coach più vincente e via dicendo.
La seconda è per le statistiche: i punti fatti da MJ in carriera, la media rimbalzi di Rodman, gli assist per persa di Stockton, le stoppate per chilogrammo di Shaq, le schiacciate per capello del Doc, i tiri forzati di Bryant e chi più ne ha, più ne metta.
La terza grande passione è ovviamente per le rivalità: Chamberlain contro Russel, Robertson contro West, Magic contro Bird, Bird contro Erving, Lakers contro Celtics, Celtics contro Sixes, Bulls contro Pistons, and so on.
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30
Dec

L’unico vero Dream Team

Archiviato il campionato 1991-92 con la seconda vittoria dei Bulls, dodici giocatori del campionato di basket professionistico americano ed un giocatore di college, lasciarono gli Stati Uniti alla volta dell’Europa.
In Spagna, a Barcellona, il 25 luglio del 1992, aveva inizio la XXV edizione delle Olimpiadi moderne.
Quattro anni prima, a Seul nella Corea del Sud, la selezione USA, formata come consuetudine da giocatori di college, aveva perso una storica semifinale contro l’Unione Sovietica. Fu in quella occasione che la NBA decise di inviare a Barcellona i giocatori professionisti. L’obiettivo era riprendersi la medaglia d’oro, senza possibilità di errore. Ed una squadra che poteva schierare il meglio che la NBA di inizi anni ‘90 potesse offrire, aveva ben poche possibilità di fallire.
Furono selezionati per partecipare ai giochi olimpici: Magic, Stockton, Jordan, Drexler, Mullin, Pippen, Bird, Laettner, Barkley, Malone, Ewing, Robinson.
Il coach era Chuck Daly, sergente di ferro a Detroit durante i due titoli vinti dai Pistons, appena passato ai Nets.
Per Magic e Larry (il primo veniva da un anno fermo, il secondo aveva appena disputato la sua ultima stagione da professionista), la chiamata fu un doveroso tributo a due carriere ineguagliabili.

Christian Laettner era stato appena scelto al draft con la terza chiamata assoluta dai Minnesota Timberwolves. Veniva da Duke dove si era imposto come uno dei migliori giocatori di college di tutti i tempi. Era l’unico giocatore non professionista della squadra.
Scottie Pippen fu chiamato per sostituire Isiah Thomas, reduce da alcuni infortuni, ma soprattutto in rotta con Michael Jordan.
Quella del Dream Team, come fu ribattezzata la squadra che dominerà le Olimpiadi di Barcellona, fu una splendida avventura che contribuirà in maniera decisiva ad elevare ulteriormente la popolarità della lega. L’impatto mediatico senza pari, ma anche la venerazione con cui venivano accolti i giocatori al loro ingresso in campo (spesso le partite iniziavano con la squadra avversaria che scattava foto ai propri idoli statunitensi) portò la lega alla decisione di continuare anche per le edizioni successive con la scelta di portare i giocatori professionisti alle Olimpiadi.

30
Dec

21. New York: la rivalità diventa incubo

L’ipotetico sottotitolo di questo capitolo sarebbe stato: “Il tracollo, la fuga e le stoppate”.
Il tracollo è quello dei Bulls.
La fuga è quella di Michael Jordan. Al casinò di Atlantic City.
Le stoppate sono quelle subite da Charles Smith. Quattro. Consecutive.
Ma andiamo con ordine.
Eravamo rimasti all’epica vittoria in gara 7 dei Chicago Bulls nella semifinale della Eastern Conference del 1992, sui New York Knicks. New York aveva resistito per due quarti, poi era crollata al suolo e Chicago si era imposta con 29 punti di scarto.
Era stata una serie fisicamente durissima per la squadra dell’Illinois. Probabilmente la più dura che Michael Jordan e Scottie Pippen abbiano mai giocato nella loro gloriosissima carriera.
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30
Dec

22. Un uomo solo al comando

“Erano il mio personalissimo banco di prova. Li ho vissuti dall’inizio alla fine come una vera e propria sfida personale. Se nasci con un forte spirito competitivo, cerchi nuove sfide in ogni cosa che fai, in ogni gesto che compi, in ogni momento della tua vita. Mentirei se dicessi che non adoro le sfide. Durante qui playoffs, le cercavo ogni notte, in ogni singola partita”.
Inutile persino dirlo, a parlare è Michael Jeffrey Jordan nel momento in cui, anni dopo, racconterà lo stato d’animo con cui ha vissuto gli interi playoffs del 1993. Tra i più belli di sempre.
I Bulls avevano superato nella finale della Eastern Conference i Knicks dopo esser stati sotto per due a zero.
Jordan, sepolto vivo dalle critiche, per la nottata passata al casinò di Atlantic City prima di gara due, era esploso nella quarta partita, realizzando 54 punti e trascinando i suoi alla vittoria.
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30
Dec

23. Say it ain’t so, Michael

La tripla di John Paxson a tre secondi dalla fine di gara 6 di finale contro i Phoenix Suns, aveva consegnato la favolosa tripletta ai Chicago Bulls.
Michael Jordan aveva dunque coronato il sogno di una vita: riuscire in un’impresa che era sfuggita ad altri grandissimi campioni del passato, quali Magic Johnson, Larry Bird, Isiah Thomas.
Ma l’esultanza ed i festeggiamenti a Chicago durarono poco. A turbare la gioia dell’intera città fu la notizia che iniziò a serpeggiare sin dal giorno dopo il magico e festoso pomeriggio di Phoenix.
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30
Dec

24. The Dream and the Nightmare

Come da titolo, il sogno e l’incubo.
Il sogno è ovviamente Hakeem Olajuwon, l’elegantissimo centro in maglia Rockets.
L’incubo è quello vissuto da John Starks, il guerriero in maglia Knicks. Due facce di una stessa drammatica finale.
New York (57 vinte e 25 perse in stagione) era approdata all’ultimo atto della stagione 1993-94, dopo aver giocato la bellezza di 18 partite di playoffs. Un 3 a 1 ai Nets al primo turno. Poi una faticosissima serie contro i Chicago Bulls, orfani di Jordan, in 7 tiratissime partite. Quindi ancora una guerra risoltasi solo alla settima sfida in finale di conference contro gli Indiana Pacers di un superbo Reggie Miller.
Reggie dava il via proprio in quei playoffs alle sue personalissime battaglie al Madison ed ai suoi straordinari duelli verbali a distanza con Spike Lee. In gara 5 aveva realizzato 39 punti, di cui 25 in uno stratosferico quarto periodo.
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30
Dec

I’m back!

All’inizio di marzo del 1995, iniziò a circolare la notizia che Michael Jordan aveva ripreso gli allenamenti con i Bulls. La ESPN interruppe tutti i programmi per dare la notizia di un possibile ritorno del numero 23. La Nike inviò 40 paie di scarpe targate Air Jordan ai Bulls.
La città di Chicago visse giornate di vera e propria frenesia nella speranza e nell’attesa che la notizia diventi ufficiale. L’intera America sportiva sperava in un sogno che sembrava potesse diventare realtà.
La stessa NBA trepidava all’idea. Il ritorno di Jordan sarebbe stato un colpo sensazionale per i già molto cospicui introiti della lega.
Il 18 marzo 1995 alle 11.40, la dirigenza dei Bulls diramò un breve comunicato stampa:
“Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers”.
Poco dopo MJ si presentò in confernza stampa e pronunciò poche efficaci parole, passate alla storia:
“I’m back!”.
E la Jordan-mania tornò a divampare come un fuoco a Chicago, nell’Illinois, in tutti gli Stati Uniti.
Dopo sei gare dal suo ritorno i Bulls andarono a giocare al Madison Square Garden di New York, l’arena più famosa al mondo, e Michael Jordan scrisse 55 punti sul suo box score.

Era un giocatore però diverso quello che aveva ricominciato la sua avventura nella NBA. Un giocatore meno spettacolare, meno penetratore, che non metteva più palla a terra e andava a sfidare l’intera difesa avversaria schierata per una roboante scacchiata. Il nuovo MJ amava giocare in post, viveva spesso di fade-away, jump scagliati con mano sicura cadendo all’indietro in un movimento plastico ed instoppabile, che diverrà il marchio di fabbrica della sua seconda parte di carriera. Ma era anche un giocatore meno accetratore, più attento alle esigenze della squadra, più sereno, forse anche più portato allo scherzo, alla battuta. Jordan era tornato per vincere nuovamente, per instaurare una nuova dinastia, ma l’impresa non gli riuscì subito. La stagione 1994-95 fu segnata infatti dallo scontro in finale fra due squadre che avevano il principale punto di forza sotto canestro: gli Houston Rockets del trentaduenne Hakeem Olajuwon e gli Orlando Magic di Shaquille O’Neal, al suo terno anno nella lega.

30
Dec

25. Another brick in the… soul

Parliamo di basket.
Di nobile o volgare basket NBA. Infarcito di leggende e di miserie umane, ricco di incrollabili miti e modesti figuranti, ma pur sempre solo e semplicemente basket.
Uno sport. Insomma, quella roba lì, buona per passare il tempo o per farci sopra qualche soldo.
Ne siamo proprio sicuri? Quella di cui ci apprestiamo a raccontare può essere definita una semplice partita di palla al cesto (come diceva mio nonno!), quando fra le sue innumerevoli pieghe, prende vividamente corpo il crollo psicologico di un uomo che spende gli ultimi bagliori di un’ottima carriera, ancora lontana dal termine, dalla linea della carità?
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30
Dec

Il folle Rodman e i nuovi Bulls

La stagione 1994-95 si chiuse con la splendida doppietta dei Rockets e del suo centro, Hakeem Olajuwon.
La stagione successiva si aprì con diverse squadre pronte a contendersi il titolo. Oltre ai Rockets c’erano i Magic, freschi finalisti, i Supersonics di Seattle, guidati dalle stelle Gary Payton e Shawn Kemp, gli Spurs dell’ammiraglio David Robinson, gli intramontabili Jazz del duo Stockton e Malone.
Ed ovviamente c’erano i Bulls di Michael Jordan, rientrato nel marzo del 1995, in tempo per riprendere confidenza col parquet nel finale della Regular Season e poi per tentare la caccia all’anello dei playoffs.
Era finita male per i Bulls durante la serie con i Magic, in cui Jordan aveva pagato l’anno e mezzo di assenza dai campi di basket, ma soprattutto Chicago aveva pagato l’assenza di un rimbalzista di ruolo, perdendo inesorabilmente la battaglia sotto i tabelloni contro Orlando.
Durante l’estate la dirigenza dei “Tori” si mosse su consiglio dello stesso Jordan per portare a Chicago Dennis Rodman, miglior raccattapalloni della lega, ma nel contempo ragazzo dal carattere eccentrico per usare un eufemismo, problematico per dire le cose come stanno.
Fu una mossa azzardata quella dei Bulls, ma che pagò alla grande. Dennis Rodman risultò fondamentale nella successiva tripletta dei tori, soprattutto il primo anno, quando Chicago chiuse la season con 72 vittoria e 10 sconfitte, record i ogni tempo per la NBA, e nei playoffs strapazzò ogni avversaria si ponesse sul suo cammino. Compresa Orlando, battuta con un sonoro 4-0 nella finale della Eastern Conference, in una splendida rivincita dell’anno precedente.
In finale contro Seattle, Jordan vinse il suo quarto MVP, ma Rodman fu il vero fattore determinante nella serie.
Dopo quella vittoria, la stagione 1996-97 iniziò con i Bulls ancora una volta principali candidati all’anello di campioni nel mondo.
Ma fu anche la magica stagione degli Utah Jazz.

30
Dec

26. Il virus che voleva fermare MJ

Al termine di gara 1 un solo grido si levava dagli spalti dello United Center di Chicago: “MVP, MVP, MVP”.
Così forte, così possente da far tremare persino i muscoli di un uomo che non ha mai abbassato lo sguardo dinanzi a nulla. Karl Malone probabilmente in quel momento capì la differenza fra l’MVP di stagione e l’MVP di tutti i tempi.
Ma facciamo un passo di indietro di circa un mese.
Torniamo al maggio di quel 1997, playoffs in pieno svolgimento (perché maggio sarà anche il mese delle rose o della Madonna, ma per i baskettari di mezzo mondo rimane il mese dei payoffs).
In Regular Season Chicago non era riuscita a bissare la straordinaria stagione dei record dell’anno prima (72 vinte e 10 sconfitte), in cui Jordan aveva portato a casa, oltre che l’ottavo titolo di miglior realizzatore ed il quarto anello, anche i titoli di miglior giocatore della stagione, dell’All Star Game e delle finali.
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30
Dec

27. The Mailman and the Greatest

Giunti quasi alla fine di questa inesorabile cavalcata non si poteva prescindere da quello che viene universalmente definito il più importante momento di tutta la storia della NBA.
“It was, quite simply, the greatest clutch sequence in basketball history” dichiara NBA.com.
Chiaro, secco, lineare, conciso.
Quel momento è stato un tiro. Un tiro, un’immagine, un affresco che riassume un’intera carriera. Una carriera fatta di trionfi, di vittorie, di successi inimmaginabili. Il braccio che rimane teso per alcuni secondi e si consegna agli avidi obbiettivi dei fotografi, alle luci dei flash, agli occhi sognanti ed affascinati di tutti, compagni, tifosi ed avversari.
Brividi.
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30
Dec

Bye bye Michael

Con il titolo del 1998, il sesto in 8 anni, Michael Jordan dirà per la seconda volta basta.
Questa volta il ritiro sembra definitivo (anche se nel 2000 tornerà a giocare per due stagione con la maglia dei Washington Wizards) e i Bulls si sfaldano.
Phil Jackson si prenderà un anno di riposo, Pippen andrà a giocare nei Rockets, formando con Olajuwon e Barkley un trittico sulla carta fantastico, Rodman proverà l’avventura coi Lakers di O’Neal e Bryant, avventurà che finirà male.
Si impongono in quegli anni immediatamente successivi al dominio dei Bulls, due squadre su tutte: i San Antonio Spurs guidati da Tim Duncan e i Los Angeles Lakers sulla cui panchina andrà a sedersi proprio coach Jackson nel 1999.
Spurs e Lakers vinceranno i successivi 5 titoli, consacrandosi squadre regine del post Jordan.

30
Dec

28. Shaq goes to Hollywood

Nel giugno del 1989, dopo la netta sconfitta contro i Pistons in finale per 4 a 0, Kareem Abdul Jabbar annunciò al mondo intero il suo ritiro dall’attività agonistica.
Aveva 42 anni, 20 stagioni NBA alle spalle, oltre trentottomila punti e svariati record all’attivo. Pat Riley abbandonò la squadra nel 1990.
L’anno dopo i Lakers, guidati da coach Mike Dunleavy, raggiunsero nuovamente la finale NBA. Contro un avversario più giovane e più forte, pronto ad istaurare una lunghissima dittatura, la loro sorte fu però ben presto segnata.
I Bulls spazzarono via L.A. per 4 a 1 e vinsero il primo titolo. Qualche mese dopo, Magic si ritirò improvvisamente, annunciando al mondo attonito la notizia della sua sieropositivtà.
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30
Dec

Abbiamo iniziato così…

by The Goat in Pensieri e Paole

“Io non volevo conoscerti.
Sia chiaro questo.
Era un po’ di tempo che…”